Persone, non rifiuti

Negli ultimi anni l’attività di Idealservice nel settore delle case di riposo e della sanità è progressivamente aumentata, sino a rappresentare nel 2015 il 11% del fatturato globale ed il 25% del fatturato della Divisione Facility Management, alla quale fanno riferimento questo tipo di servizi.

Nelle strutture residenziali per anziani Idealservice gestisce i vari servizi di cura e manutenzione delle strutture stesse, spesso in collaborazione con altre imprese per garantire l’erogazione della totalità delle prestazioni richieste. In particolare sono state messi in piedi raggruppamenti o aggregazioni consortili con cooperative del settore della ristorazione collettiva e con cooperative sociali per la gestione della parte socio-sanitaria ed assistenziale. A conferma dell’impegno di Idealservice nel settore socio sanitario, la cooperativa è stata una dei soci fondatori di “@Nord” assieme a Camst e Società Dolce, un consorzio di cooperative operanti in Friuli Venezia Giulia dal 2010, consorzio che gestisce in proprio 6 strutture distribuite sul territorio regionale.

Nella gestione delle strutture per anziani tutti i servizi hanno un impatto forte ed immediato sulla vita delle persone, pertanto la filosofia di approccio e lo stile professionale conseguente sono di estrema importanza.

La filosofia generale di intervento che Idealservice adotta in questo campo può essere sintetizzato in due concetti semplici da enunciare ma difficilissimi da applicare con costanza ed omogeneità: lo standard di qualità dei servizi deve essere sempre ed ovunque garantito al massimo livello e la casa di riposo deve essere la soluzione estrema di un percorso che ha visto già adottate tutte le soluzioni alternative.

Se per il primo punto la nostra Cooperativa e i soggetti con i quali collabora sono i protagonisti, per il secondo sono gli enti pubblici competenti ad avere voce in capitolo, ma Idealservice può e deve assumere un ruolo di stimolo e di supporto culturale, progettuale ed operativo.

Quando diciamo che lo standard di qualità dei servizi deve essere sempre ed ovunque garantito al massimo livello, sappiamo bene che stiamo parlando di un settore, quello delle case di riposo, frequentato da soggetti imprenditoriali senza scrupoli, che scaricano la rincorsa al basso costo ed al massimo ribasso sullo sfruttamento dei lavoratori e sulla scarsa applicazione dei criteri minimi di servizio. Essere competitivi in un mercato di questo genere è molto difficile quando, come è sempre per Idealservice, si intende invece garantire la piena applicazione dei diritti dei lavoratori coniugandola agli ugualmente sacrosanti diritti degli anziani ospiti.

Tuttavia la semplice applicazione degli standard minimi (di legge o di capitolato che siano), per quanto già di per sé così difficile da garantire, non è di certo sufficiente ed è invece necessario adottare misure comportamentali a tutela del corretto approccio tra inserviente ed ospite. In altre parole non è sufficiente che il rapporto operatore/anziano sia come minimo quello richiesto, ma che le modalità di comportamento siano sempre e da tutti improntate sul rispetto della dignità della persona.

Ciò si ottiene soltanto attraverso una attenta selezione del personale, un costante monitoraggio della qualità del lavoro e la massiccia formazione continua che va garantita al personale di ogni livello. Ovvero, come sempre, la quantità deve essere la base minima sulla quale appoggiare la qualità.

Non basta avere la certezza che in ogni struttura gli addetti a ciascuna mansione siano presenti in numero adeguato e per le ore previste - cosa che purtroppo in molte realtà non si può dare per scontata - ma è fondamentale soffermarsi su cosa fanno e soprattutto su come lo fanno.

Ad esempio, per qualche oscuro motivo nelle strutture per anziani addetti poco più che ventenni danno regolarmente del tu ad ospiti ottantenni senza averne ricevuto il permesso, a donne e uomini con storie di vita e percorsi personali e professionali in ogni caso meritevoli di attenzione e di rispetto. Quale sia stata la tua vita, lì dentro diventi “Mario” mentre meriti di continuare ad essere il “Sig. Rossi” o la “dott.ssa Bianchi”, trattati con il rispetto dovuto al loro coetaneo che incontri in ascensore o al bar, che giammai tratteresti a quel modo. Invece, senti magari due inservienti dirsi a gran voce da una parte all’altra del reparto “dammi una mano che il 7 si è sporcato di nuovo”, insensibili ed incuranti verso chi ascolta, primo tra tutti l’interessato.

In fondo quel che si vuole dire è molto semplice: c’è modo e modo di assistere una persona allettata, di distribuirgli il pasto, di somministrargli le terapie prescritte, di tenere puliti ed efficienti gli ambienti in cui vive; noi vogliamo che il nostro modo, che il modo di tutti, sia sempre e comunque quello improntato al rispetto ed alla dignità della persona, basato sulla consapevolezza che chi abbiamo di fronte, in qualsiasi condizione sia, è portatore di storie, di percorsi, di dignità e di diritti che sono un patrimonio da accudire e tutelare.

Ma quello che abbiamo espresso fin qui è solo il primo punto della nostra visione sull’argomento, quella che in buona misura attiene di più alle nostre competenze e delle quali siamo protagonisti - o coprotagonisti - diretti. L’altro punto a cui facevamo riferimento in apertura è che l’ingresso in una struttura residenziale deve essere il punto di chiusura di un percorso che ha garantito prima l’adozione di ogni altra possibile soluzione.

Noi crediamo infatti che ciascuna persona abbia il diritto di vivere nei propri contesti abituali finché è umanamente possibile garantirlo e che il ricovero in struttura (che per quanto di alto livello qualitativo è comunque l’ultima tappa della vita) debba essere adottato solo quando effettivamente inevitabile.

Lo sappiamo bene: sembra un’affermazione astratta, da sognatori, irrealizzabile sul piano pratico ed economico. Ebbene, noi di Idealservice ne siamo già ampiamente abituati! Ci permettiamo a questo proposito di azzardare un parallelismo, pur con il dovuto rispetto necessario quando si paragonano le persone alle cose: quando molti anni fa abbiamo iniziato ad occuparci di ambiente e di riciclo dei rifiuti l’argomento appariva altrettanto utopistico. Eppure piano piano, con costanza e con tenacia, facendo la nostra parte assieme a tanti altri, abbiamo lentamente costruito una diversa cultura del rifiuto, una nuova visione del destino delle cose, una rinnovata attenzione alle potenzialità dei materiali. Abbiamo saputo vedere opportunità dove altri vedevano inutilità ed ingombro.

Se è stato possibile per l’immondizia perché non dovrebbe essere possibile per le persone, per i nostri concittadini, per noi stessi un giorno (speriamo lontanissimo)?

Ancora oggi sappiamo bene che le discariche devono esistere, che sono necessarie, e che forse non potremo mai farne a meno. Ma sappiamo anche che esse sono l’ultimo inevitabile passaggio di un percorso di riconversione e di riuso che permette ai materiali di avere nuova vita, di essere nuovamente utili, anche se in maniera diversa di quando furono prodotti.

Ecco, crediamo che per le persone debba essere la stessa cosa, che a ciascuno di noi debba essere garantita la possibilità di rimanere attivo nei propri contesti quotidiani finché materialmente possibile, anche se via via vanno perdute alcune funzionalità importanti.

Perché il principale problema della struttura per l’anziano (o il disabile), anche la migliore del mondo, è che è una istituzione totalizzante, che si prende tutto di te senza lasciarti nulla. Chi entra in struttura probabilmente ha ancora molte abilità: chi sarebbe capace di prepararsi da mangiare, chi di provvedere all’igiene propria e della casa, chi di stare alzato fino a tardi a guardare i talk show, chi ad uscire a fare quattro passi, chi semplicemente stare alla finestra.
Ma la struttura ti porta via tutto questo, la struttura per poterti accudire deve prima svuotarti e poi importi orari, regole, tempi, ritmi, programmi televisivi. È sempre l’anziano ad adeguarsi alle esigenze della struttura, mai viceversa. E questo è già un po’ morire…

Duole inoltre constatare che talvolta sono proprio i parenti, solitamente figli e nipoti, ad essere i primi promotori dell’internamento, e questo per diversi motivi. A volte si tratta di persone a loro volta in difficoltà economica o sociale, pressate dalle loro pesantezze quotidiane della convulsa vita moderna, che non riescono loro malgrado ad occuparsi dei loro “vecchi”. Altre volte si tratta di persone che vivono l’anziano come un intralcio, un disturbo da avviare quanto prima altrove e lontano, magari previa voltura della casa e di altre proprietà.

Invece, ciascuna persona dovrebbe poter vivere nella propria casa, nel proprio contesto, finché è possibile. Perché la casa per ciascuno di noi rappresenta un’infinita collezione di elementi che compongono la nostra identità, la nostra anima, specie per un anziano. La fotografia della prima comunione del figlio; la scatola di cartone che custodisce il velo da sposa, ormai ingiallito e reso fragile dal tempo; quel ciottolo raccolto in riva al fiume ed appoggiato da decenni sul comò, ricordo di una gita di gioventù piena di allegria e di risate in compagnia; Il cappello da marinaio, il diploma di geometra, quella lettera d’amore che non ci credi ancora di averla scritta tu; la finestra sulla strada, attraverso la quale hai visto e vedi cambiare il mondo, scorrere i tempi; il tuo letto, pieno di racconti di abbracci, di affetto, di notti preoccupate, di malattie e, perché no, di un eros ormai così distante ma mai dimenticato.

Il ricovero, la struttura uccidono tutto questo ed in cambio restituiscono l’asetticità dei luoghi e dei rapporti, garantendo una morte progressiva dove il primo passo è già stato compiuto varcandone la soglia.

Certo, lo sappiamo, arriverà per quasi tutti noi il momento di aprire quella porta, di entrare in struttura, ma vogliamo che questo avvenga soltanto quando non ci sono più le condizioni per altre soluzioni. Così come sappiamo che le discariche sono necessarie, ma vogliamo che ogni materiale sia prima avviato a seconda, terza, quarta vita e solo quando non c’è più niente da fare venga spedito in discarica.

Piano piano, giorno dopo giorno, altre comunità adottano sistemi di raccolta differenziata, di riciclo dei rifiuti, attraverso scelte coraggiose e talvolta sofferte degli amministratori. Vogliamo che con lo stesso animo gli enti locali adottino sempre di più politiche per l’anziano basate sulla domiciliarità, sui servizi territoriali e di prossimità, su ogni forma di intervento e di supporto tecnologico che preservi l’integrità delle persone e dei loro contesti di vita.

Ma queste sono considerazioni di politica sociale la cui gestione non spetta di certo ad Idealservice. Tuttavia spetta a noi - a ciascuno di noi - essere da stimolo sui territori dove siamo presenti, utilizzare i nostri canali istituzionali, le nostre reti di relazioni, i nostri luoghi di confronto per stimolare la riflessione su questi temi, coinvolgere le istituzioni, aiutarle ad interrogarsi, progettare e proporre soluzioni, con pazienza, costanza e tenacia esattamente come abbiamo fatto e stiamo facendo sulle tematiche ambientali e dell’economia circolare.

Ciascuno di noi ha diritto di sperare di non essere coinvolto in incidenti gravi o contrarre malattie pesanti (ed il nostro augurio è che sia così), e può allora scaramanticamente disinteressarsi delle condizioni dei disabili nel nostro paese. Di certo però tutti diventeremo vecchi. Operare allora per creare politiche territoriali di qualità a favore dell’anziano non è un’azione caritatevole o di beneficenza, è invece, egoisticamente, la costruzione di un proprio futuro migliore, di un’ultima fase della nostra vita che sia degna di essere vissuta al pari delle altre.

In questo documento abbiamo volutamente ristretto il parallelismo tra valorizzazione dell’anziano e riciclo dei materiali alla metafora della discarica, consapevoli che in un contesto più duro si potrebbe usare quella dell’inceneritore.

Metafore o no, quello che vogliamo dire è che siamo in prima linea, per quanto nelle nostre possibilità e competenze, per garantire la gestione di residenze di qualità e di politiche territoriali basate sul rispetto dell’anziano.

Perché tutti noi siamo e saremo sempre persone, non rifiuti.


L'immagine ritrae Robert Marchand, che a 105 anni ha percorso in bicicletta più di 22 km in un'ora.



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