Ambiente: il mondo ci riprova con COP23

Conferenza a Bonn, per rendere operativo l’Accordo di Parigi
I firmatari dell’Accordo di Parigi, siglato da 195 nazioni a Parigi nel dicembre del 2015 si riuniranno a Bonn dal 6 al 17 novembre prossimi con l’obiettivo di rendere operativo l’Accordo stesso, nonostante la nuova politica degli Stati Uniti, che hanno da tempo annunciato di voler uscire dall’Accordo nonché riattivare sul proprio territorio azioni di sviluppo dell’energia da fonti fossili.

Per ragioni logistiche, la sede del vertice (più correttamente la Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite – COP23) è a Bonn, ma la presidenza è affidata alle Isole Fiji, scelta estremamente simbolica che vuole rappresentare il dramma delle nazioni insulari già minacciate dall’innalzamento del livello degli oceani.

Si tratta di una “conferenza ponte” tra la precedente COP22 di Marrakech del 2016 e la prossima già fissata a Katowice, in Polonia, nel 2018. A Bonn si dovranno infatti stabilire le regole definitive di emissione dei gas ad effetto serra che ciascun paese di impegna a rispettare a partire dal 0020. In realtà una prima serie di impegni è già stata depositata ancor prima di Parigi, ma è ormai chiaro che gli obiettivi prefissai, nonostante sussistano forti dubbi sul loro reale rispetto, non son affatto sufficienti a garantire il raggiungimento dell’obiettivo ambientale primario, ovvero garantire che la temperatura media la temperatura media globale sulla superficie delle terre emerse e degli oceani alla fine del secolo non superi di 2 gradi centigradi quella pre-industriale, cercando di rimanere il più possibile vicini agli 1,5 gradi.

Al di là delle perplessità sulla reale volontà di tutti i Paesi di applicare effettivamente i nuovi parametri, sussistono due gravi problemi. Il primo è che autorevoli fonti governative francesi già nel 2015 avevano segnalato che gli attuali parametri di impegno porterebbero ad ul innalzamento di almeno 2,7 gradi; il secondo è la nuova ostilità del governo degli Stati Uniti, uno dei paesi più inquinanti al mondo.

Sembra quindi che gli “Stati virtuosi” siano chiamati ad accettare il rispetto di regole ben più severe (tecnicamente i cosiddetti INDC (intended nationally determined contributions) in qualche modo “compensando” le scelte degli Stati Uniti di Donald Trump.

Il Presidente delle Isole Fiji e di COP23, Frank Bainimarama, ha dichiarato che la posta in palio è di importanza estrema, in particolare le stesse Fiji, le Isole Marshall, Tuvalu e Kiribati, dal momento che è in gioco la stessa sopravvivenza di tali nazioni.

Trasformare da teoria in pratica gli impegni assunti due anni fa è fondamentale. Ma non basterebbe neppure a salvarci: la sfida è infatti di convincere il mondo a spingersi oltre.
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